
Nacque l'11 agosto 1948 in una famiglia di piccoli
commercianti di Vsetaty, un paesino a una quarantina di km a
nord di Praga. Il padre, pasticciere, si era sposato nel
1939 con Libuse Kostomlatska. Dopo il putsch comunista del
1948 Josef Palach dovette chiudere la pasticceria e trovare
impiego in un'azienda statale. Anticomunista, membro del
Partito socialista e fervente patriota, Josef trasmise al
secondogenito Jan (di 7 anni più giovane del
fratello, Jiri) il suo amore per la storia, per gli eroi
patri e, fino al '62, anno della morte, lo educò ad
avere principi saldi e a sostenere le proprie convinzioni.
Il 5 settembre Jan fu battezzato nella Chiesa evangelica dei
Fratelli Boemi. La madre dal '57 lavorava come commessa, e
in quello stesso anno la convinsero a iscriversi al Partito
comunista per trarne vantaggi pratici e permettere ai figli
di studiare.
Erano gli anni in cui la
Cecoslovacchia cercava di uscire dalla crisi economica
ereditata dall'epoca stalinista. Il regime di
Novotny, caratterizzato da una sorta di paternalismo
centralista, nel 1960 proclamò la "vittoria del
socialismo" e fece propria a parole la nuova linea avviata
da Chruscëv in URSS, ma intanto - come scrisse un
commentatore di allora - "teneva la bottiglia ben chiusa col
pollice". Nel 1963 Jan, al termine della scuola dell'obbligo
durante la quale aveva dimostrato una spiccata passione per
la storia e per la lettura, iniziò gli studi al
ginnasio della vicina Melnik. Ai compagni dello studentato Jan
appariva come uno "all'antica", capace allo stesso tempo di
creare un clima amichevole e franco. Per il suo senso di
giustizia era spesso preso in giro dai coetanei, dominati
dallo scetticismo di reazione ai duri anni
dell'intransigenza staliniana; Jan ricordava la figura
dell'eroe-pioniere integerrimo dei libri di lettura
dell'epoca! Disordinato e assorto nelle letture, preferiva
studiare nottetempo ed evitare la crapula studentesca.
Com'era d'uso, gli studenti trascorrevano parte del periodo
estivo in brigate di lavoro, così nel 1967 Jan si
recò in URSS. Dalle lettere alla madre traspare la
critica verso le carenze organizzative del sistema
sovietico, il disordine e l'assurdità dei compiti
lavorativi.
1967 iniziò sotto i peggiori auspici. L'epoca
stava cambiando, le tensioni politiche tra i "riformisti"
guidati da Dubcek e i conservatori del primo segretario
Novotny´ stavano per culminare nel cambio alla guida
del Partito (gennaio '68). Il 31 ottobre si aggiunse
l'incidente dello studentato di Strahov: i giovani, stanchi
dei continui black out di corrente, si diressero in corteo
verso il centro cittadino per protestare, ma furono
brutalmente dispersi dalla polizia. Il caso gettò
benzina sul fuoco delle tensioni interne al partito. Poi
arrivò la "Primavera di Praga". Durante quei primi
mesi del '68, Jan era molto attento agli spazi di
libertà che nascevano dalla società civile, e
partecipò a incontri e assemblee. L'estate del '68
trovò il ventenne Palach di nuovo in URSS con la
brigata studentesca, ma la situazione era mutata: in una
lettera alla madre scrisse di sentirsi "sorpreso e
preoccupato per la sensazione della paura e dell'apprensione
che c'è fra la gente: per esempio un mio conoscente
ha acceso la radio mentre parlavamo. Le autorità
sovietiche cercano ostinatamente di isolare la propria gente
dal resto dell'"eretico mondo", di cui anche noi facciamo
parte"
Il 18 agosto Jan
era di nuovo a Vsetaty. Il 21, giorno dell'invasione, si
recò a Praga e girò per la città in
preda al caos, intavolando discussioni con i soldati
sovietici. Salito al Castello, impressionato
dall'accerchiamento militare, tentò persino di
"aiutare il presidente Svoboda" penetrando furtivamente
negli uffici, ma venne fermato dai sovietici e consegnato
alle guardie che poi lo rilasciarono.
Dagli anni del ginnasio era abituato a ritagliare articoli
di giornale: sulla guerra in Vietnam, sul Sudafrica,
sull'attentato a Kennedy, ma anche pezzi più leggeri
sulla squadra dello Sparta Praga. Ne appese uno in cucina:
"Non basta avere grandi idee è necessario saperle
proporre", e lo chiosò: "E metterle in pratica". In
un lavoro seminariale, intitolato L'importanza della
coscienza nell'agire dell'uomo, Jan teorizzò
l'unità del genere umano, senza differenze e senza
conflitti: "L'umanità è sulla strada
sbagliata, la sua esistenza è nelle sue mani ma
occorre una metanoia per il suo futuro. Altrimenti le
forze enormi che l'uomo ha prodotto annienteranno il loro
creatore. Solo un'umanità consapevole (consapevole di
sè come insieme) è in grado di risolvere i
contrasti fondamentali della società contemporanea
(politici, ideologici, sociali e culturali). Dopo aver
superato i contrasti, dopo essersi confrontata con se
stessa, l'umanità potrà avviarsi verso uno
sviluppo molto più intenso di oggi… Soprattutto
è necessario creare un sistema di valori tale che
siano universalmente riconosciuti"
Autunno del '68, profondamente deluso dal
fallimento delle proteste e dedito nuovamente allo studio. A
metà del settembre è in Francia per un mese,
per una brigata di lavoro. Racconta con entusiasmo dei
giovani francesi, con cui ha interessi comuni. A Helena
scrive una cartolina da Parigi con tre parole alla fine:
"Fede - odio - resistere". Si comporta come se le sofferenze
altrui lo riguardano direttamente, alcuni di quelli che lo
hanno conosciuto dicono che a volte appariva un po' ridicolo
nella purezza dei suoi atteggiamenti, ma non lo faceva per
calcolo: questo era il fattore che lo distingueva dagli
altri giovani del suo ambiente, quello che pensava lo diceva
e si comportava secondo le sue idee.
A Leningrado intanto il 17
dicembre si apriva il processo a carico di tre cittadini
sovietici accusati di aver diffuso volantini di protesta
contro l'invasione: si trattava dell'avvocato Jurij Zengler
e degli ingegneri Lev Klasevskij e Anatolij Studentov.
Durante le feste di Natale, la stampa sovietica non perse
occasione di attaccare gli economisti riformisti e alcuni
personaggi della cultura cecoslovacca, come i registi
Forman, Menzel e Nemec. Durante le festività Jan si
recò anche a far visita alla maestra delle
elementari, alla quale ripetè il suo disappunto per
il torpore che aveva invaso la società, e ribadendo
che era necessario ridestarla in qualche modo. Sul n. 1 di
gennaio le famigerate Zpravy scrivevano: "Se le forze
sane nel Partito non riusciranno efficacemente a mettere in
pratica le risoluzioni di novembre e diffonderle ai membri
del partito e alle masse, c'è la minaccia dello
spargimento di sangue. Questo è l'insegnamento
più importante dell'anno appena trascorso all'inizio
dell'anno nuovo". Intanto nel paese andò
paradossalmente a buon fine una delle riforme della politica
di Dubcek, la federalizzazione: alla fine di dicembre, con
una cerimonia svoltasi in un clima abbacchiato, si dimise il
premier Cernik col suo governo. Per risorgere "federale" il
giorno dopo.
Il 6 gennaio scrisse una lettera
al leader studentesco Lubomir Holecek, in cui lanciava
l'idea di occupare l'edificio della Radio Cecoslovacca a
Praga tramite un blitz composto da studenti, per invitare
poi i cittadini allo sciopero a favore dell'abolizione della
censura. Holecek non rispose, ma fu lui a farsi portavoce -
subito dopo la morte di Jan - dell'invito a non ripetere il
gesto.
Il 16 gennaio rientrò allo
studentato dove scrisse le 4 lettere d'addio firmate "La
prima fiaccola": all'Unione scrittori, al leader studentesco
Lubos Holecek, a Ladislav Zizka, uno dei pochi con cui era
in confidenza, mentre l'ultima la conservò nella
borsa che avrebbe depositato ai piedi del Museo nazionale:
"Visto che i nostri popoli si sono trovati al limite della
disperazione, ci siamo decisi ad esprimere la nostra
protesta e a destare la gente di questa terra nel modo
seguente. Il nostro gruppo è formato da volontari che
sono decisi di darsi fuoco per la nostra causa. Io ho avuto
l'onore di estrarre il numero 1 e perciò ho avuto il
diritto di scrivere le prime lettere e di essere la prima
fiaccola. Le nostre richieste sono:
1. L'immediata abolizione della censura.
2. Il divieto di diffondere le Zprávy
[notiziario filosovietico].
Se le nostre richieste non verranno accolte entro cinque
giorni, ossia entro il 21 gennaio 1969, e la popolazione non
le appoggerà adeguatamente (ossia con uno sciopero
illimitato) si infiammeranno altre fiaccole. La fiaccola n.1
Arrivato in centro, imbucò le lettere, mangiò
un boccone alla mensa studentesca nei pressi di piazza
Venceslao, e dopo essersi procurato del liquido infiammabile
mescolato a benzina si diresse verso la fontana che sta alla
base delle scalinate d'accesso del Museo Nazionale e che
d'inverno non era funzionante. Dopo avervi appoggiato la
borsa, si cosparse di liquido, ne bevve una parte e con dei
fiammiferi si diede fuoco. Un autista scese dal tram e
riuscì a buttargli la giacca per spegnere le fiamme;
il giovane, stramazzato al suolo a pochi metri dal Museo ma
ancora cosciente, fu trasferito in ambulanza alla vicina
clinica di chirurgia plastica, e mentre veniva condotto in
sala operatoria ripeteva al personale sanitario di non
volersi suicidare, e di essersi dato fuoco "come fanno i
buddisti in Vietnam", "per protestare contro quel che
succede qui, contro la mancanza di libertà di parola,
di stampa e di tutto il resto".
La prima notizia diffusa via radio annunciò che verso
le 16 in piazza Venceslao uno studente 21enne di filosofia
con le iniziali "J.P." aveva tentato il suicidio.
Jan passò gli
ultimi tre giorni di vita nel reparto di isolamento. Quando
le condizioni lo permettevano, chiedeva che gli leggessero i
giornali, voleva sapere la reazione del governo, se fossero
state prese decisioni concrete. Rimase sempre tranquillo,
con la sensazione di aver svolto un compito. Il pomeriggio
del 19 si aggravò e morì.
“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.