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Condividi questo topic su Facebook Topic: Jan Palach, Jan Zajic e la "primavera" di Praga  (Letto 50 volte)
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Salvjo
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« il: 26 Agosto 2009, 18:41:42 »


        
Nacque l'11 agosto 1948 in una famiglia di piccoli
         commercianti di Vsetaty, un paesino a una quarantina di km a
         nord di Praga. Il padre, pasticciere, si era sposato nel
         1939 con Libuse Kostomlatska. Dopo il putsch comunista del
         1948 Josef Palach dovette chiudere la pasticceria e trovare
         impiego in un'azienda statale. Anticomunista, membro del
         Partito socialista e fervente patriota, Josef trasmise al
         secondogenito Jan (di 7 anni più giovane del
         fratello, Jiri) il suo amore per la storia, per gli eroi
         patri e, fino al '62, anno della morte, lo educò ad
         avere principi saldi e a sostenere le proprie convinzioni.
         Il 5 settembre Jan fu battezzato nella Chiesa evangelica dei
         Fratelli Boemi. La madre dal '57 lavorava come commessa, e
         in quello stesso anno la convinsero a iscriversi al Partito
         comunista per trarne vantaggi pratici e permettere ai figli
         di studiare.
        
         Erano gli anni in cui la
         Cecoslovacchia cercava di uscire dalla crisi economica
         ereditata dall'epoca stalinista. Il regime di
         Novotny, caratterizzato da una sorta di paternalismo
         centralista, nel 1960 proclamò la "vittoria del
         socialismo" e fece propria a parole la nuova linea avviata
         da Chruscëv in URSS, ma intanto - come scrisse un
         commentatore di allora - "teneva la bottiglia ben chiusa col
         pollice". Nel 1963 Jan, al termine della scuola dell'obbligo
         durante la quale aveva dimostrato una spiccata passione per
         la storia e per la lettura, iniziò gli studi al
         ginnasio della vicina Melnik. Ai compagni dello studentato Jan
         appariva come uno "all'antica", capace allo stesso tempo di
         creare un clima amichevole e franco. Per il suo senso di
         giustizia era spesso preso in giro dai coetanei, dominati
         dallo scetticismo di reazione ai duri anni
         dell'intransigenza staliniana; Jan ricordava la figura
         dell'eroe-pioniere integerrimo dei libri di lettura
         dell'epoca! Disordinato e assorto nelle letture, preferiva
         studiare nottetempo ed evitare la crapula studentesca.
         Com'era d'uso, gli studenti trascorrevano parte del periodo
         estivo in brigate di lavoro, così nel 1967 Jan si
         recò in URSS. Dalle lettere alla madre traspare la
         critica verso le carenze organizzative del sistema
         sovietico, il disordine e l'assurdità dei compiti
         lavorativi.
        
         1967 iniziò sotto i peggiori auspici. L'epoca
         stava cambiando, le tensioni politiche tra i "riformisti"
         guidati da Dubcek e i conservatori del primo segretario
         Novotny´ stavano per culminare nel cambio alla guida
         del Partito (gennaio '68). Il 31 ottobre si aggiunse
         l'incidente dello studentato di Strahov: i giovani, stanchi
         dei continui black out di corrente, si diressero in corteo
         verso il centro cittadino per protestare, ma furono
         brutalmente dispersi dalla polizia. Il caso gettò
         benzina sul fuoco delle tensioni interne al partito. Poi
         arrivò la "Primavera di Praga". Durante quei primi
         mesi del '68, Jan era molto attento agli spazi di
         libertà che nascevano dalla società civile, e
         partecipò a incontri e assemblee. L'estate del '68
         trovò il ventenne Palach di nuovo in URSS con la
         brigata studentesca, ma la situazione era mutata: in una
         lettera alla madre scrisse di sentirsi "sorpreso e
         preoccupato per la sensazione della paura e dell'apprensione
         che c'è fra la gente: per esempio un mio conoscente
         ha acceso la radio mentre parlavamo. Le autorità
         sovietiche cercano ostinatamente di isolare la propria gente
         dal resto dell'"eretico mondo", di cui anche noi facciamo
         parte"

         Il 18 agosto Jan
         era di nuovo a Vsetaty. Il 21, giorno dell'invasione, si
         recò a Praga e girò per la città in
         preda al caos, intavolando discussioni con i soldati
         sovietici. Salito al Castello, impressionato
         dall'accerchiamento militare, tentò persino di
         "aiutare il presidente Svoboda" penetrando furtivamente
         negli uffici, ma venne fermato dai sovietici e consegnato
         alle guardie che poi lo rilasciarono.

         Dagli anni del ginnasio era abituato a ritagliare articoli
         di giornale: sulla guerra in Vietnam, sul Sudafrica,
         sull'attentato a Kennedy, ma anche pezzi più leggeri
         sulla squadra dello Sparta Praga. Ne appese uno in cucina:
         "Non basta avere grandi idee è necessario saperle
         proporre", e lo chiosò: "E metterle in pratica". In
         un lavoro seminariale, intitolato L'importanza della
         coscienza nell'agire dell'uomo, Jan teorizzò
         l'unità del genere umano, senza differenze e senza
         conflitti: "L'umanità è sulla strada
         sbagliata, la sua esistenza è nelle sue mani ma
         occorre una metanoia per il suo futuro. Altrimenti le
         forze enormi che l'uomo ha prodotto annienteranno il loro
         creatore. Solo un'umanità consapevole (consapevole di
         sè come insieme) è in grado di risolvere i
         contrasti fondamentali della società contemporanea
         (politici, ideologici, sociali e culturali). Dopo aver
         superato i contrasti, dopo essersi confrontata con se
         stessa, l'umanità potrà avviarsi verso uno
         sviluppo molto più intenso di oggi… Soprattutto
         è necessario creare un sistema di valori tale che
         siano universalmente riconosciuti"
        
         Autunno del '68, profondamente deluso dal
         fallimento delle proteste e dedito nuovamente allo studio. A
         metà del settembre è in Francia per un mese,
         per una brigata di lavoro. Racconta con entusiasmo dei
         giovani francesi, con cui ha interessi comuni. A Helena
         scrive una cartolina da Parigi con tre parole alla fine:
         "Fede - odio - resistere". Si comporta come se le sofferenze
         altrui lo riguardano direttamente, alcuni di quelli che lo
         hanno conosciuto dicono che a volte appariva un po' ridicolo
         nella purezza dei suoi atteggiamenti, ma non lo faceva per
         calcolo: questo era il fattore che lo distingueva dagli
         altri giovani del suo ambiente, quello che pensava lo diceva
         e si comportava secondo le sue idee.

         A Leningrado intanto il 17
         dicembre si apriva il processo a carico di tre cittadini
         sovietici accusati di aver diffuso volantini di protesta
         contro l'invasione: si trattava dell'avvocato Jurij Zengler
         e degli ingegneri Lev Klasevskij e Anatolij Studentov.
         Durante le feste di Natale, la stampa sovietica non perse
         occasione di attaccare gli economisti riformisti e alcuni
         personaggi della cultura cecoslovacca, come i registi
         Forman, Menzel e Nemec. Durante le festività Jan si
         recò anche a far visita alla maestra delle
         elementari, alla quale ripetè il suo disappunto per
         il torpore che aveva invaso la società, e ribadendo
         che era necessario ridestarla in qualche modo. Sul n. 1 di
         gennaio le famigerate Zpravy scrivevano: "Se le forze
         sane nel Partito non riusciranno efficacemente a mettere in
         pratica le risoluzioni di novembre e diffonderle ai membri
         del partito e alle masse, c'è la minaccia dello
         spargimento di sangue. Questo è l'insegnamento
         più importante dell'anno appena trascorso all'inizio
         dell'anno nuovo". Intanto nel paese andò
         paradossalmente a buon fine una delle riforme della politica
         di Dubcek, la federalizzazione: alla fine di dicembre, con
         una cerimonia svoltasi in un clima abbacchiato, si dimise il
         premier Cernik col suo governo. Per risorgere "federale" il
         giorno dopo.

         Il 6 gennaio scrisse una lettera
         al leader studentesco Lubomir Holecek, in cui lanciava
         l'idea di occupare l'edificio della Radio Cecoslovacca a
         Praga tramite un blitz composto da studenti, per invitare
         poi i cittadini allo sciopero a favore dell'abolizione della
         censura. Holecek non rispose, ma fu lui a farsi portavoce -
         subito dopo la morte di Jan - dell'invito a non ripetere il
         gesto.
         Il 16 gennaio rientrò allo
         studentato dove scrisse le 4 lettere d'addio firmate "La
         prima fiaccola": all'Unione scrittori, al leader studentesco
         Lubos Holecek, a Ladislav Zizka, uno dei pochi con cui era
         in confidenza, mentre l'ultima la conservò nella
         borsa che avrebbe depositato ai piedi del Museo nazionale:
         "Visto che i nostri popoli si sono trovati al limite della
         disperazione, ci siamo decisi ad esprimere la nostra
         protesta e a destare la gente di questa terra nel modo
         seguente. Il nostro gruppo è formato da volontari che
         sono decisi di darsi fuoco per la nostra causa. Io ho avuto
         l'onore di estrarre il numero 1 e perciò ho avuto il
         diritto di scrivere le prime lettere e di essere la prima
         fiaccola. Le nostre richieste sono:

         1. L'immediata abolizione della censura.
         2. Il divieto di diffondere le Zprávy
         [notiziario filosovietico].
         Se le nostre richieste non verranno accolte entro cinque
         giorni, ossia entro il 21 gennaio 1969, e la popolazione non
         le appoggerà adeguatamente (ossia con uno sciopero
         illimitato) si infiammeranno altre fiaccole. La fiaccola n.1

         Arrivato in centro, imbucò le lettere, mangiò
         un boccone alla mensa studentesca nei pressi di piazza
         Venceslao, e dopo essersi procurato del liquido infiammabile
         mescolato a benzina si diresse verso la fontana che sta alla
         base delle scalinate d'accesso del Museo Nazionale e che
         d'inverno non era funzionante. Dopo avervi appoggiato la
         borsa, si cosparse di liquido, ne bevve una parte e con dei
         fiammiferi si diede fuoco. Un autista scese dal tram e
         riuscì a buttargli la giacca per spegnere le fiamme;
         il giovane, stramazzato al suolo a pochi metri dal Museo ma
         ancora cosciente, fu trasferito in ambulanza alla vicina
         clinica di chirurgia plastica, e mentre veniva condotto in
         sala operatoria ripeteva al personale sanitario di non
         volersi suicidare, e di essersi dato fuoco "come fanno i
         buddisti in Vietnam", "per protestare contro quel che
         succede qui, contro la mancanza di libertà di parola,
         di stampa e di tutto il resto".
         La prima notizia diffusa via radio annunciò che verso
         le 16 in piazza Venceslao uno studente 21enne di filosofia
         con le iniziali "J.P." aveva tentato il suicidio.
        
         Jan passò gli
         ultimi tre giorni di vita nel reparto di isolamento. Quando
         le condizioni lo permettevano, chiedeva che gli leggessero i
         giornali, voleva sapere la reazione del governo, se fossero
         state prese decisioni concrete. Rimase sempre tranquillo,
         con la sensazione di aver svolto un compito. Il pomeriggio
         del 19 si aggravò e morì.



“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.
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« Risposta #1 il: 26 Agosto 2009, 18:48:59 »

Qualche settimana dopo, il 25 febbraio 1969 un altro studente, Jan Zajic, seguì l’esempio di Palach immolandosi a Praga nella stessa piazza.

Nato il 3 luglio 1950 a Vitkov. Nel 1965 inizia gli studi presso un istituto per ferrovieri a Sumperk, coltivando interessi umanistici; agli inizi del 1969 partecipa agli scioperi della fame e alle commemorazioni degli studenti per il sacrificio di Palach presso la statua di san Venceslao a Praga. Il 25 febbraio 1969, in occasione del 21° anniversario del colpo di stato comunista, si reca a Praga in compagnia di tre amici, portando con sè alcune lettere e un appello ai cittadini cecoslovacchi. Dopo aver consegnato agli amici le lettere e l'appello ed essersi congedato da loro, acquista del materiale infiammabile e si nasconde nel portone dell'edificio al numero 39 di piazza San Venceslao, dove verso le due del pomeriggio si dà fuoco. La polizia ne vieta l'inumazione a Praga, come aveva desiderato. Le esequie si tengono a Vitkov il 2 marzo.
Dalla lettera ai familiari:

"Mamma, papà, fratello e sorellina! Quando leggerete questa lettere sarò già morto o molto vicino alla morte. So quale profonda ferita provocherò in voi con questo mio gesto, ma non preoccupatevi per me... Non lo faccio perchè sono stanco della vita, ma proprio perchè la apprezzo. E la mia azione ne è forse la migliore garanzia. Conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto...
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